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Se consideriamo il territorio di Castelluccio Valmaggiore un sistema naturale, costituito dagli aspetti morfologici e paesaggistici, e un sistema antropico, che si articola in molteplici attività umane, ci appare evidente come lo stesso abbia un’identità ben delineata. Nel contempo, le strategie di sviluppo riflettono una dimensione relazionale che non si esaurisce nell’ambito di un territorio delimitato: gli attori sociali possono appartenere al contesto locale e non, in una dimensione spaziale che travalica i limiti di un’area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata. Il modello culturale offerto dai recenti rinvenimenti archeologici è indicativo di una rete stabile di collegamenti con distretti geografici extraregionali.

Castelluccio Valmaggiore ricade in un cluster che ha dimensioni sovra-regionali in cui lo scambio di conoscenze non è garantito dalla prossimità geografica, ma da altri canali. In quest’ottica le dinamiche interne al distretto sono dipendenti dalle strategie e dalle rete di conoscenze e competenze che provengono da regioni anche lontane. In breve, quello che emerge con estrema evidenza nell’analisi del paesaggio culturale del distretto è l’originalità del contesto e la consapevolezza di particolari valori storico-paesaggistici. Da questo riconoscimento di valore si possono analizzare i segni testimoniali del percorso di crescita umana e culturale del territorio di Castelluccio Valmaggiore. Se si guarda alle permanenze territoriali di lunga durata, alle valenze umane e antropiche, alle componenti del milieu sociale e culturale, alcune riflessioni aiutano a valutare come l’impatto socio-economico, fisico e politico su queste terre sia stato mediato nel tempo da attori e azioni legati alla necessità di controllo di terre marginali, dai difficili equilibri.

In questa cornice topografica che rende il rapporto con il passato assai complesso, questo comparto è un punto di osservazione importante per definire i molteplici rapporti e la spazialità complessa che sono alla base della costruzione del paesaggio rurale. Una particolare configurazione sociale e territoriale emerge, ad esempio, nell’analisi della documentazione epigrafica proveniente dal territorio di Castelluccio Valmaggiore che, in maniera significativa, esplicita la peculiarità di provvedimenti amministrativi in età romana finalizzati ad operazioni di riequilibrio di possibili fattori di instabilità. Ancora, vicende di interconnessione emergono nel carattere pastorale delle direttrici della transumanza e nelle modalità stagionali di spostamenti di genti e armenti tra l’area appenninica e il Tavoliere che segnano sin dall’età preromana lo sviluppo insediativo del territorio.

 

L’epigrafe di Vitalis

Castelluccio Valmaggiore, ricadente in età romana nello spazio economico e giurisdizionale del territorio di Aecae, ha adattamenti, tensioni e conflitti rispondenti alla complessità delle trame sociali, all’emergere di reti insediative funzionalmente interdipendenti e all’agglutinarsi di risorse economiche e umane nei praedia senatori e nelle proprietà imperiali, su spazi dilatati a livello interregionale (fig. 1). Nel tentativo di decifrare le logiche territoriali in età imperiale, ci appare chiaro il coinvolgimento di figure professionali ufficialmente delegate al controllo di un territorio segnato da particolari conflittualità. In questo senso va letta l’ara, dedicata fra la fine del II e i primi decenni del III secolo d.C., da Vitalis, ser(vus) regionarius del clarissimus vir Cl(audius) Severus, in un fanum in onore di Hercules Acheruntinus, situato verosimilmente nella stessa proprietà della famiglia dei Claudii Severi (fig. 2).

Vitalis ha un incarico speciale nei distretti patrimoniali imperiali di Aecae: è un regionarius con compiti finalizzati ad assicurare l’ordine pubblico e la sicurezza della regio con particolare attenzione alla repressione del brigantaggio. L’epigrafe è di particolare importanza, non solo in quanto attesta lo svolgimento delle attività di Vitalis nella proprietà privata dei Claudii Severi, gens senatoria originaria della Galazia, molto vicina a Marco Aurelio per legami familiari, ma anche per la rarità dell’epiteto Acheruntino rivolto ad Ercole e per la possibilità di associare l’aggettivo alla città di Acheruntia/Acerentia, città al confine fra Apulia e Lucania. Lo spazio fisico di mobilità dello schiavo Vitalis è di apertura verso terre più ampie: probabilmente per motivi legati alla sua mansione di regionarius doveva spostarsi nell’ambito delle proprietà del suo dominus Ti Claudius Severus, compatibilmente con gli interessi produttivi dei territori di Aecae e Acheruntia. Con questa testimonianza, ci sembra importante sottolineare come occasioni di tensione abbiano sollecitato forme di vigilanza e che la collocazione marginale delle terre ricadenti oggi nel territorio di Castelluccio sia stata foriera di particolari intrecci socio-economici.

 

Uno scenario pastorale-feudale

I nessi territoriali anche su una scala più ampia ci appaiono, invero, trasversali e nelle vicissitudini politico-istituzionali ed economico-sociali della regione contribuiscono a definire la dimensione plurale dei luoghi e il modello offerto dalla feudalità, poggiante su una vasta rete spaziale con livelli di mobilità di rilievo. Non sfugge la carica di suggestione della feudalizzazione di queste terre incardinate sulla ricchezza fondiaria di Giacomo Caldora che, grazie al matrimonio con Giovanna della Ratta, contessa di Celano, recante in dote il patrimonio feudale dei conti di Celano, controllava la baronia di Castelluccio Valmaggiore e le terre di Fayte et Cellarum. Considerevole era il blocco di terre del grande feudo dei Caldora che andava dalla foce del Sangro a Bari e oltre, lungo le terre del principato di Taranto.

L’instabilità conseguente alle lotte intestine dei primi decenni del XV secolo e le sue grandi capacità militari gli avevano consentito di esercitare un controllo strategico fra il Sangro ed il Trigno, con centro, a partire dal 1422, ad Agnone, con un dominio territoriale nell’Abruzzo appenninico, dalla conca peligna e dalla Maiella fino al Fortore, al Matese ed all’alto Volturno. Si trattava di una realtà feudale importantissima dal punto di vista economico per i vincoli derivanti dal sistema dei tratturi che collegavano Abruzzo e Molise al Tavoliere delle Puglie e per la pianificazione delle attività pastorali nella Capitanata. In questo contesto l’avvento dell’età aragonese istituzionalizza i rapporti commerciali e feudali fra pugliesi, molisani e abruzzesi.

Nella cornice spaziale delle comunità pastorali e del territorio doganale di età aragonese si consolida uno scenario pastoral-feudale e le città possono sorgere come feudi-città: è il caso della vicina Biccari fondata dai Di Capua nel 1467 su un nodo di comunicazione significativo per i traffici commerciali e pastorali tra i feudi dell’Irpinia e quelli apulo-molisani. La trama territoriale è dunque a maglie larghe. A metà Cinquecento l’interesse per i territori montani del subappennino daunio da parte dei coniugi Lionello Acclozamora e Colella de Celano che avevano avuto la riconferma della baronia di Castelluccio Valmaggiore, come concessione da parte di Alfonso d’Aragona, è ben evidente: entrano nel feudo assegnato la terra e il castrum di Deliceto, Casalis novis e Tertiberis; gli Acclozamora controllano la contea di Celano, a riprova di una feudalità armentaria arroccata su un sistema tratturale di stretta connessione tra Abruzzo e Monti Dauni.

Il potere economico esplicitato dalla forte commistione tra territorialità, categoria dei pastori transumanti e flussi di mobilità rurale contribuisce quindi a definire gerarchie sociali. Anche quando le logiche economiche e le congiunture politiche comporteranno l’aumento delle superfici dedicate alle colture e la ruralizzazione mezzadrile, l’allevamento ovino e le risorse pascolative saranno nel territorio di Castelluccio Valmaggiore una presenza diffusa tanto che il Dizionario Geografico del Regno di Napoli del Giustiniani alla voce Castelluccio annota come vi si allevano molte capre.

 

Terra di mescolanza

Nell’ambito delle articolazioni territoriali della Puglia settentrionale è indubbio che il Subappennino daunio costituisca un contesto geografico ben definito per peculiarità geomorfologiche e lineamenti orografici. L’Appennino Dauno è situato nella zona di confine tra i territori campano e pugliese e rappresenta un settore della catena appenninica. Dal punto di vista morfologico l’area in esame presenta una serie di dorsali asimmetriche subparallele orientate NNO-SSE e la progressione di un paesaggio collinare verso il Tavoliere. Le dorsali collinari sono separate da valli profondamente incise da corsi d’acqua a carattere torrentizio. Il paesaggio prevalente è quello dell’ambiente agrario (agroecosistema), con una residua presenza di comunità vegetanti di origine spontanea (frammenti di bosco di querce caducifoglie, arbusteti termofili, arbusteti igrofili e praterie secondarie).

Si tratta di ampie aree, dalle grandi variabili geografiche, in cui appare molto sfumata la distinzione tra frontiera e confine, zone permeabili alla sistematica penetrazione di genti e materiali dalle regioni contermini abitate da popolazioni di ceppo osco. Le osservazioni sull’ampio fenomeno di sannitizzazione delle regioni appenniniche centro italiche hanno messo in evidenza come la presenza di genti appartenenti al ceppo di lingua osca, con evidenti tratti comuni e dalla forte connotazione agricolo- pastorale, definisca i tratti salienti del popolamento del Molise, della valle del Sangro, del versante campano del Matese, delle valli del Calore e dell’Ofanto. Il rapporto privilegiato con gli itinerari transappennici e adriatici rende queste ampie fasce ricadenti tra il Celone e le zone altimetricamente variegate della valle del Cervaro oggetto di particolare attenzione nella ricostruzione del profilo storico-archeologico.

Il comparto in cui ricade il centro moderno di Castelluccio Valmaggiore rappresenta, invero, un settore ben definito come percorsi naturali, varietà di paesaggi, importanza delle forme di popolamento, costruzione di reti di scambi tra ambito di pianura e collina per lo sfruttamento delle risorse e per la pastorizia. L’occasione rappresentata dal progetto allestitivo e dalla musealizzazione di spazi finalizzati alla ricerca e alla fruizione consente di prospettare le relazioni tra raggruppamenti umani nel territorio di Castelluccio Valmaggiore. Grazie al progredire della ricerca in ambito rurale, sollecitata dalla intensa attività per la realizzazione di impianti per l’energia elettrica da fonte eolica e da opere pubbliche, è oggi possibile delineare una più articolata configurazione del territorio insediativo e di quello relazionale.

Le recenti ricerche descrivono, sulla base di dati diagnostici rappresentati dalle evidenze materiali, la complessità dei fenomeni culturali delle valli del Cervaro e del Celone, terra di mescolanza e ibridazione culturale, con implicazioni molteplici legate alla particolare dialettica degli intrecci e delle commistioni che hanno segnato profondamente queste zone liminari. Il senso del luogo costituisce una sfida concettuale per chi voglia approfondire questa realtà geografica differenziata del sistema subappenninico. Nel contempo, i risultati delle recenti campagne di scavo lungo il metanodotto Massafra- Biccari hanno consentito di ripensare e ridisegnare il campo fluido di questo paesaggio di frontiera, garantendo un processo di costruzione identitaria di comunità piccole e marginali e restituendo un paesaggio rurale ampiamente antropizzato.

I siti di Masseria Festa e Pezza San Michele, nuclei funerari organizzatisi tra VI e V secolo a.C., emergono come manifestazioni fisiche e tangibili del controllo esercitato su questi spazi da genti protosannitiche. Dare coerenza a questo paesaggio inedito, significa esplicitare il grado di consapevolezza della presenza archeologica sul territorio, con una descrizione dinamica delle tipologie insediative e delle trasformazioni territoriali. Una prima osservazione mette in evidenza l’affiorare di un paesaggio di confine, di una zona che si interpone nei confronti dello spazio abitato da altri gruppi sociali. La percezione di un paesaggio di confine consente un approccio corretto alle differenziazioni del paesaggio culturale, sollevando il problema di un territorio periferico rispetto alla centralità della Daunia vera e propria. In questo particolare ambito geografico in cui emerge la non linearità della componente daunia negli agglomerati abitativi e funerari, appare quindi sbagliato delimitare le differenze e parlare di culture dominanti o subalterne.

L’affiorare di un sostrato protosannitico e la non rigidità dei confini di questi distretti del subappennino daunio andranno quindi misurati non come permeabilità agli influssi cultuali dei contermini territori oscizzati, ma come analisi di entità fluide in cui gruppi vicini hanno di fatto superato, nel loro interagire, la relatività dei confini. Questa “diversità” culturale affiora con numerose manifestazioni nella Daunia settentrionale che appare, nel sistema ben caratterizzato degli apporti, nettamente differenziata da quella centrale. L’incidenza del fenomeno è assolutamente non diagnosticabile se si pensa alla frammentaria casistica dei rinvenimenti e alla assenza di dati sull’organizzazione ed evoluzione diacronica delle necropoli.

Tuttavia, gli esiti delle recenti ricerche archeologiche sono di particolare importanza ai fini delle analisi sugli assetti del popolamento. La presenza di manufatti allotri, caratteri qualificanti come la goliera e gli anelli da sospensione per le sepolture femminili, il rasoio per quelle maschili, il rito funebre dell’inumazione supina, la tipologia funeraria delle tombe a fossa con ripostiglio, in cui la presenza dell’olla/attingitoio è dissociata dal corredo accessorio dei defunti, la presenza di tumuli accomunano diversi gruppi sociali insediati lungo tutto l’arco territoriale apulo al confine con il Molise, al settore abruzzese-molisano dell’area medio-adriatica. Questi dati consentono di non limitare geograficamente al Fortore l’area di massima espansione delle direttrici di sannitizzazione e di considerare il VI secolo un ambito cronologico in cui sono ancora di particolare fluidità le componenti geopolitiche della Puglia settentrionale.

Non deve stupire la connotazione fluida dei distretti dauni settentrionali, quando analoga commistione caratterizza, se pur in ambiti territoriali del Samnium frentano più circoscritti, anche aree tra il Sangro e il Biferno in cui la definizione sannita del territorio convive con manifestazioni della cultura materiale segnata da contatti con le genti daunie. Le modalità e i vari livelli dei contatti culturali rendono attendibile la funzione e il significato della valle del Fortore come vera testa di ponte verso il territorio daunio. Elemento di convergenza e di coagulazione economica è certamente la fitta rete tratturale, con direttrici di percorrenza che dall’Abruzzo, dalle montagne aquilane, attraverso il Molise giungono nella Puglia.

Marisa Corrente